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16 Marzo 2016
Nel gennaio 2016, partecipando al corso di arrampicata su cascate di ghiaccio, mi si è aperto un mondo. Un mondo di possibilità! Un mondo in cui inizi a vedere cose che prima neanche consideravi, come fossero dei tabù impronunciabili. Con il corso di cascate inizi a conoscere e a prendere confidenza con tutto quell’insieme di attrezzature che ti servono nella progressione sul ghiaccio: ramponi, picche e viti. Inoltre, avvicinandoti alle cascate (nel vero senso della parola), devi per forza attraversare pendii nevosi, e così, uscita dopo uscita, impari a muoverti su questi piani inclinati, ad appoggiare i ramponi per terra e a tenere la picca in mano. Bene, queste piccole esperienze mi sono bastate per iniziare a pensare di poter salire la Cima Manera anche d’inverno, coperta di neve. Chiaramente l’incoscienza fa il resto!
Le picche e i ramponi prestati da Livio, direttore della Scuola Alpinismo di Vittorio Veneto per il corso, non erano destinati alla salita di Cima Manera. Già solo il fatto di affrontare la cima con il rischio di non consegnare mai più il materiale al proprietario ignaro mi metteva una certa ansia! In più, il colore del cielo non aiutava: plumbeo, pesante. Fortunatamente le nuvole erano alte sopra i 3000 metri, quindi per i 2251 della Cima non c’era alcun problema.
Ore 6 del mattino. Partito dai campi da calcio del Piancavallo, salendo quella che all’epoca era (ora lo è un po’ meno) la cima che d’estate dovevo sempre raggiungere, mi avviavo a tastare il terreno nevoso sotto i faggi iniziali: duro e compatto, e i ramponi facevano già il loro ottimo lavoro. Poi, pian piano, uscendo dal bosco, si entra in quei tratti un po’ più ripidi prima del capitello con Cristo. Iniziavo a sprofondare, ma per mia fortuna potevo mettere i piedi sulle tracce di sciatori passati proprio di là nei giorni precedenti, risparmiando energie, ma consumandone comunque tante. Tant’è che la domanda fissa in testa era: “Cosa facciamo, Roberto? Torniamo indietro?”. “No! Si va avanti.”
Con stupore immenso, del capitello rimanevano fuori solo 20 cm! Sebbene l’inverno ufficialmente stesse per concludersi, la salita con queste condizioni era da ritenersi totalmente classificabile come invernale. Ero felice!
Seguire il sentiero estivo 924 della Val Sughet, con almeno 2-3 metri di neve sopra, non era proprio facile. Non ero abituato a posizionare i ramponi lateralmente sul pendio per così lungo tempo e avevo paura di compromettere tutto per eventuali vesciche. Non avevo una strategia di salita precisa. In realtà, l’idea di affrontare la via delle rocce estive sopra la forcella Palantina mi faceva un po’ storcere il naso: troppo esposta e impegnativa. Quindi, quando mi sono trovato quasi sotto la linea diretta per la forcella dei Furlani, non ho esitato e sono salito. Non nell’area del sentierino estivo, ma per spazi aperti, in diagonale. Come Messner: picca sinistra, rampone destro; picca destra, rampone sinistro. E i metri si macinavano da soli.
Arrivato alla sella fra Cima Manera e Cima Furlani, scopro una cornice di neve preoccupante che guarda giù ai dirupi nord-est sottostanti. Meglio stare un po’ indietro! Un sospiro, un po’ di cibo e tè caldo, uno sguardo di sfida/ammirazione/preoccupazione a Cima Manera, una foto (l’unica del giorno) e si riparte! Se nel tratto appena salito ero in una sorta di trance agonistica condita da puro entusiasmo, sebbene il vuoto fra le gambe fosse sempre maggiore, ora la paura iniziava a farsi sentire. Il traverso orizzontale per raggiungere il cavo fisso è estremamente esposto, e in più, il cavo era completamente sommerso. Solo qualche centimetro era disponibile, ma ghiacciato. Più utile per dare il senso di marcia che altro. La preoccupazione di non riportare il materiale di persona a Livio ogni tanto mi passava per la testa, ma non potevo far altro che continuare. Del resto, non mancava molto alla cima. Qualche metro ostico, dove pensi 5 minuti alla soluzione da prendere, e via avanti. La neve era compattissima e picche e ramponi non entravano tanto quanto avrei voluto. Per fortuna, raggiunto il tratto attrezzato verticale, un senso di tranquillità iniziava a crescere, non per il cavo che c’era e non c’era, ma per il fatto che mi sentivo leggermente protetto dentro quel canalino. Da lì, la cima è un “gioco da ragazzi”.
Ingenuamente ero pronto e orgoglioso a scrivere il mio nome sul libro di vetta. Trovarla, la colonnina di vetta! (Anche se non ho foto, credetemi, ci sono stato!). Se in estate ci metto 2 ore a salire dal Piancavallo, quel giorno ce ne ho messe 3 e mezza. Però, prima delle 10 del mattino stavo già scendendo! La cima me la sono gustata osservando l’orizzonte cupo dato dal cielo plumbeo: quel colore che non ti trasmette gioia, felicità e spensieratezza, ma piuttosto un sottofondo inquieto. Anche perché, si sa, quando sei in cima, sei solo a metà dell’opera e la discesa è sempre la parte più difficile!
Ragiono sul dove scendere e opto per dirigermi verso la Palantina. La discesa inizialmente è dolce e piacevole (della statua della Madonna neanche l’ombra, ma lo sapevo). Mi sentivo libero e anche, perché no, un po’ un vero alpinista. Sino a che la realtà non ti fa deglutire amaro. Nel giro di poco mi sono trovato con la neve fino alla vita e con salti verticali da affrontare. Il vuoto verso il rifugio Semenza non mi piaceva, quindi tenevo lo sguardo sempre verso la pianura, dove la discesa era un po’ meno incazzata. Passo delicato dopo passo delicato, controllando con cura ogni mio appoggio e appiglio, sono arrivato finalmente alla piccola selletta sottostante. In estate te la godi tutta, in quel momento non sapevo più che pesci pigliare. C’era un muro davanti a me (sempre in direzione forcella Palantina) e una rampa sotto di me. Non avevo molte alternative e la rampa mi sembrava la più semplice, anche se non riuscivo a vedere la sua fine, e non è certo una bella cosa. Quindi, culo in fuori, ingranata la retromarcia e giù. Lo ammetto, anche se ripido, è stato bel-lis-si-mo. E per fortuna nessun salto di rocce impegnativo. Una volta “atterrato” sulla Val Sughet, tutto era semplice e il resto ormai storia!
Arrivato al capitello del Cristo, girandomi e guardando l’impresa che avevo appena tracciato, le farfalle in pancia iniziarono a scorrazzare! Unico appunto finale è che posso dire che quel giorno scoprii che per fare cose più grandi di te non serve l’intera giornata: ne basta mezza, e puoi fare danni per il resto della vita. Ma da quel 16 marzo 2016, la mia vita da (pseudo)alpinista iniziò a prendere forma!
