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30 Novembre 2024
Ero come Gesù Cristo in croce, con le braccia distese, forse da 30 secondi, ma a me sembravano 10 minuti. La mano sinistra aggrappata a un ramo di salice bianco, la mano destra che teneva la fettuccia a prua del kayak, ribaltato sottosopra, con l’acqua che infuriava al suo interno, difficilissimo da tenere. Impossibile pensare di portarlo verso di sé, o ancora meglio a riva. Avevo solo la testa fuori dall’acqua e vedere questa massa enorme grigio-arancione che faceva di tutto per staccarsi da me mi faceva sentire piccolissimo. In più, dentro di me iniziava a farsi sempre più convinto il pensiero dell’ipotermia, che mi faceva passare da uno stato adrenalinico-incosciente a uno razionale-cosciente. Fino a farmi mollare definitivamente la presa del mezzo.
Quando a pranzo ho annunciato ai miei che avevo intenzione di pagaiare sul Livenza nel pomeriggio, vidi subito il volto di mia madre incupirsi (non sa nuotare, è ovvio che ha paura dell’acqua!), mio padre mi liquidò con un “te si stupido ti”, ma la frase più angosciante arrivò da mia nipote: “guarda che il Livenza è pieno di morti!”.
Se parliamo con chi sa davvero pagaiare, il Livenza è un gioco da ragazzi: è come correre in autostrada con le corsie completamente vuote. Ma per uno come me, senza esperienza se non con kayak da noleggio super stabili, provati sì con mari mossi vicino alle falesie, ma mai su un fiume con la corrente che ti trasporta; con un kayak appena comprato, la cui caratteristica principale non è la stabilità ma la velocità, testato solo una volta ai Laghi di Revine con l’acqua piatta… beh, ecco, allora le cose si fanno differenti, più difficili. In più c’è un’aggravante da sommare al tutto, ma la scopriremo più avanti nel racconto.
Ottobre 2024. Precisamente il 18 ottobre 2024 il Livenza esondò e, con le sue acque pesanti, non riusciva a ricevere quelle provenienti dal Meschio, il quale si innalzò di conseguenza, sfiorando il margine massimo degli argini verso Schiavoi. Era spaventoso. Non oso immaginare per chi vi abita vicino.
Esattamente mercoledì 30 ottobre, invece, era una giornata fantastica: si stava in maniche corte tranquillamente. Probabilmente era l’ultimo sprazzo d’estate dell’anno. Ed era anche l’ultima occasione per me per provare il kayak sul Livenza, senza aspettare l’arrivo della prossima primavera. Il mio obiettivo era partire dall’attracco di via della Guarda a Sacile ed arrivare a Francenigo, in una comoda spiaggetta che conosco. Il problema di questo tratto è che è il peggiore di tutti i 112 km del Livenza, dalle sorgenti alla foce. I motivi sono: l’affluenza del Meschio, il fondo molto basso che lo rende rapido e, forse, il ponte di Cavolano, che potrebbe avere importanti conseguenze sugli effetti fluidodinamici a monte dello stesso.
Fra Schiavoi e Cavolano, insomma, il Livenza per i neofiti di kayak veloci e poco stabili non è una bella faccenda.
All’attracco il Livenza è ancora gonfio dall’alluvione di due settimane prima ed è abbastanza alto; infatti i legni dell’attracco quasi non si vedono. Ma è piatto e lentissimo e mi ricorda molto i Laghi di Revine. Tranquilli: ero conscio che dopo il Meschio il fiume si sarebbe trasformato, ma nella mia testa pensavo anche che perdesse l’energia nel giro di poche centinaia di metri… certo, come no!
Parto, faccio un po’ di test di esasperazione dei movimenti di equilibrio, mi sembra tutto bene. Avanzo, mi giro, vado controcorrente, in retromarcia… tutto era facile. Mi guardo attorno, osservo la natura e osservo come, nei meandri di un fiume, perdi facilmente la bussola, perché fra un’ampia ansa a sinistra e una doppia curva chiusa a destra non è facile capire proprio in che località ti trovi. Sicuramente ero ancora a monte dell’affluenza con il Meschio!
Mi fermo ad osservare un ontano nero, pianta che amo, di bosco ripariale e pioniera, con caratteristiche importantissime e sfruttate per secoli dall’uomo, anche per costruire Venezia. Avanzo ancora un po’ e un frastuono raggiunge il mio orecchio. Un rumore come quello prodotto da una cascata importante, ma qui cascate non ce ne sono. Osservo e, a 200 metri da me, vedo le acque ancora alte di un Meschio ferocissimo che si buttano sul mio corso d’acqua. Se il Livenza fino a lì aveva il suo classico colore buio e profondo che lo caratterizza, le acque del Meschio che si immettevano invece erano marrone chiaro e spumeggianti. E velocissime. La centrale di Stevenà aveva aperto le chiuse e stava scaricando sul Livenza miliardi di m³ in pochissimo tempo.
Potevo girarmi e tornare al punto di partenza quando volevo, ma dentro di me temevo che, girandomi, non so perché, mi sarei ritrovato in una spirale che mi avrebbe risucchiato verso il Meschio con la prua a monte (viso a monte), e l’idea mi faceva rabbrividire. L’unica spirale era nella mia testa. Decido quindi per la soluzione peggiore, ossia quella di vincere le acque del nuovo e potentissimo (ai miei occhi) Livenza-Meschio. La velocità da 2 km/h pagaiando salì immediatamente a 7-8 km/h senza pagaiare. Mi sembrava di essere su un torrente in piena, senza salti e rapide tipiche dei torrenti montani, ma comunque con una potenza sotto il sedere che non riuscivo a gestire.
L’instabilità era elevatissima, i muscoli tesissimi, e la pagaia la usavo solo per gestire la prua instabile. Le curve mi terrorizzavano, perché la corrente mi portava verso il lato esterno, spesso pieno di fronde e alberi abbattuti o franati dalla appena passata esondazione.
La pagaia mi serviva anche per “rallentare”, o meglio, regolavo la mia traiettoria non pagaiando in avanti, ma pagaiando all’indietro; intanto ci pensava il fiume a darmi velocità.
Le poche centinaia di metri che stimavo bastassero per scaricare la cattiveria del Meschio erano già passate da diverse curve e, ogni volta che l’acqua si faceva un po’ più calma, sentivo dei suoni davanti a me che non mi piacevano per niente. Provenivano da increspature sulla superficie del fiume che erano o piccole onde o piccole rapide, pronte a destabilizzare il mio mezzo.
Fino a quando, arrivato in una curva sinistrorsa, chiusa a gomito e con degli alberi sulla sua traiettoria più esterna, dentro l’acqua pronti ad accogliermi, decido di spingermi verso l’interno curva, dove la corrente è molto più debole. Facendo tutto in rapidità, per la paura di trovarmi fra quegli alberi poco accoglienti, posizionai la punta del kayak sulle acque interne lente, ma la coda del kayak rimase su quelle veloci. Il risultato? Un terribile testacoda. Il secondo risultato? Mi ritrovai sgusciato dal mio unico amico e, in un secondo, completamente dentro le acque di un fiume, per me, impetuoso.
Il kayak mi è costato 500 euro e non volevo perderlo proprio così, subito, appena comprato. Come era appena successo con la pagaia. Di fronte a noi ci aspettavano le fronde di un salice bianco che sporgevano sul fiume trasversalmente per 3 metri. Ci imbattemmo immediatamente e pensai che potesse essere una gran fortuna! Invece col cavolo: la potenza della corrente ci fece passare sotto in men che non si dica. In quell’istante devo aver avuto il picco massimo della mia NON paura dal momento che entrai in acqua, perché trovarsi anche solo per un secondo con la testa sott’acqua sotto delle fronde non è una cosa piacevole.
Un secondo dopo mi ritrovai ad afferrare un ramo, e da qui la scena di apertura di questo racconto. Fino a quando, quasi privo di forza nelle braccia, decisi di salutare il mio kayak.
Incredibilmente, una volta separati, senza neanche la minima fatica mi riportai a riva, uscendo velocemente.
In quella zona il fiume compie una sorta di Z e quindi, correndo come un pazzo attraverso i campi trebbiati con una sola cosa in mente, cioè portare a casa il kayak, mi portai vicino alla successiva curva a gomito. Il mio povero kayak avanzava a testa in giù, sembrava una bara indirizzata verso il mare, ma per mia fortuna si incagliò sulle ramaglie della stretta curva. Per me era impossibile accedervi per via della folta vegetazione, ma posizionandomi 50 metri più avanti lo potevo osservare: ed era lì che si dimenava lentamente, ma pronto a partire. E così fu: dopo un paio di minuti, giusto il tempo nel mentre per cercare l’albero in acqua migliore sul quale aggrapparmi, lui partì e venne verso di me, ma non proprio in traiettoria, bensì leggermente spostato verso il centro del fiume.
Esattamente altri 10 metri dopo di me il fiume si trasforma ancora, perché nei periodi di secca quello è il tratto più basso in assoluto, mentre quel giorno diventava il tratto più rapido in assoluto, e il suono alle mie orecchie era davvero sinistro.
Per un soffio, per una questione di millimetri, riuscii ad afferrare una fettuccia laterale del mio amico portandolo a me, ma lui, sempre capovolto sottosopra, imbarcava talmente tanta acqua al suo interno che sembrava una bestia indomabile, spingendo sempre verso mare. E così di nuovo mi ritrovai come Gesù Cristo, a braccia aperte. Questa volta, però, ero intenzionato a resistere e a vincere. La “lotta con l’alpe” in Dolomiti aveva formato in me una scorza di determinazione in casi come questo, e la respirazione e la concentrazione mi tornarono utili per raccogliere quelle poche energie che ancora avevo e per creare una strategia nella mia testa. La strategia era la seguente: dovevo abbracciare il tronco della pianta (in acqua) con le gambe e la mano sinistra, che fino a quel momento afferrava un ramo troppo esterno e troppo esposto alla corrente, doveva raggiungere un ramo più interno e posto in una piccola bolla tranquilla. Così feci: un piccolo attimo di pazzia mollando la mano che mi teneva in vita, un piccolo dondolio verso riva, e il ramo in zona tranquilla era mio, il tutto aggrappato con le gambe. Senza accorgermene, il kayak che fino a quel momento infuriava si fece accompagnare verso le acque più docili. E così, finalmente, la lotta finì.
Portai l’amico ferito a riva (ahimè, ripida in quel punto). Ricordo che era pesantissimo: sicuramente 100 litri di acqua dentro c’erano tutti. Fra un rovo e una robinia pseudoacacia finalmente ci ritrovammo sul campo esausti. Tremavo di adrenalina e di freddo (essendo in costume e t-shirt fradici), ma ce l’avevo fatta.
Ricordo che per giorni osservare l’acqua che usciva dai rubinetti, dalla doccia o dalle fontane di paese… era dura.
